Relazioni Internazionali: sbocchi lavorativi della magistrale

26 Agosto ore 15:27

Relazioni Internazionali: sbocchi lavorativi della magistrale

Chi si iscrive a una laurea magistrale in Relazioni Internazionali sceglie un percorso biennale che mescola diritto, economia, storia e sociologia, tutto applicato al contesto globale. Non è un corso “di nicchia” per pochi addetti ai lavori: è pensato per chi vuole capire come funzionano davvero i rapporti tra Stati, organizzazioni e mercati, e farne una professione.

Cos’è la laurea magistrale in Relazioni Internazionali

Alla Unicusano, il corso rientra nella classe LM-52 e fa parte dell’area di Scienze Politiche. La struttura riflette proprio questa impostazione interdisciplinare: nel primo anno si concentra sulle materie economiche a taglio internazionale e sulle relazioni internazionali vere e proprie, mentre nel secondo si aggiungono gli insegnamenti giuridici e storici in ambito europeo.

Per accedere, serve una laurea triennale nella classe L-36 (Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali). Ma non è un vincolo assoluto: chi arriva da un percorso diverso può comunque iscriversi, a patto di avere almeno 8 CFU nei settori SECS-P/01 o SECS-P/02, cioè economia politica o politica economica. Se questi crediti mancano, vanno recuperati prima dell’inizio del corso, così da poter seguire le lezioni senza restare indietro. Si consiglia anche un livello di inglese almeno B2, utile fin da subito visto che buona parte della bibliografia e dei materiali di studio è in lingua.

Competenze acquisite al termine del percorso

Finito il biennio, cosa resta in mano allo studente? Soprattutto strumenti per leggere la complessità. Le competenze in Relazioni Internazionali che si sviluppano durante il corso toccano diversi campi: diritto internazionale, economia politica applicata ai rapporti tra Stati, storia delle relazioni internazionali, geografia politica e sociologia dei fenomeni globali. Non sono compartimenti stagni: nella pratica lavorativa si intrecciano continuamente, e infatti il percorso di studi li fa dialogare fin dal primo anno.

Tra le materie della magistrale in Relazioni Internazionali troviamo, ad esempio, la geopolitica, l’economia internazionale, il diritto dell’Unione Europea e le dinamiche giuridiche legate a gruppi e minoranze. Chi segue il curriculum orientato alla cooperazione e sicurezza internazionale approfondisce anche il funzionamento delle organizzazioni internazionali, mentre chi sceglie il curriculum di studi europei si concentra di più sulle istituzioni comunitarie. In entrambi i casi, si esce con una preparazione che copre sia gli aspetti teorici che quelli più operativi.

C’è un punto che vale la pena anticipare, anche se ci torneremo tra poco: per i ruoli di maggiore responsabilità serve la padronanza fluente di almeno due lingue straniere, di cui una dell’Unione Europea. Non è un dettaglio da poco. Vedremo nel prossimo paragrafo perché questa competenza diventa quasi decisiva quando si parla di carriera diplomatica.

Sbocchi lavorativi nel settore pubblico e diplomatico

Eccoci al punto lasciato in sospeso: perché contano tanto le lingue straniere? Chi punta a lavorare nella diplomazia con una laurea in Relazioni Internazionali sa che consolati e ambasciate richiedono una conoscenza fluente non solo dell’inglese, ma anche della lingua del paese in cui si presta servizio. È una competenza che si costruisce nel tempo, spesso affiancando allo studio universitario corsi mirati o periodi di soggiorno all’estero.

Detto questo, va fatta una precisazione importante. La carriera diplomatica “in senso stretto”, ossia quella che porta a diventare funzionario del Ministero degli Affari Esteri, non si ottiene automaticamente con la laurea magistrale. Passa da un concorso pubblico specifico, il concorso diplomatico, che ha requisiti e prove proprie. La magistrale in Relazioni Internazionali costruisce le basi culturali e linguistiche utili per affrontarlo, ma resta un percorso parallelo e aggiuntivo, non una scorciatoia.

Al di là di questo caso specifico, gli sbocchi in Relazioni Internazionali nel settore pubblico sono comunque diversi. Si può lavorare come funzionario di pubblica amministrazione, con ruoli di primo livello in enti che si occupano di politiche internazionali, cooperazione allo sviluppo o rapporti con l’Unione Europea. Sono posizioni che richiedono comunque un concorso, ma dove il profilo formativo acquisito con questa laurea pesa parecchio in fase di selezione, perché copre esattamente le materie richieste: diritto internazionale, economia, geopolitica.

Sbocchi lavorativi in organizzazioni internazionali e ONG

Chi non vuole passare dal concorso pubblico ha comunque diverse strade davanti. Le organizzazioni internazionali offrono opportunità di lavoro concrete per chi ha una laurea di questo tipo: ONU e le sue agenzie specializzate, NATO, OSCE, Commissione Europea. Sono realtà che cercano profili con solide basi giuridiche ed economiche, capaci di muoversi tra normative diverse e contesti culturali distanti tra loro.

C’è poi tutto il mondo delle ONG, sia italiane che internazionali. Qui gli ambiti sono vari: tutela dei diritti umani, missioni di peace-keeping, progetti di difesa ambientale nei paesi in via di sviluppo. Lavorare in una ONG con una laurea in Relazioni Internazionali significa spesso partire da ruoli di supporto ai progetti, come coordinamento, raccolta fondi, relazioni con i donatori, per poi crescere verso posizioni di responsabilità man mano che si accumula esperienza sul campo.

Non è un percorso lineare come quello di un concorso pubblico, e va detto onestamente: richiede spesso disponibilità a periodi di lavoro all’estero, anche in contesti complicati. Ma per chi è interessato a temi come cooperazione internazionale o diritti umani, resta uno degli sbocchi più coerenti con quello che si studia durante la magistrale.

Sbocchi lavorativi in aziende, consulenza e settore privato

Non tutti gli sbocchi privati in Relazioni Internazionali passano da un ministero o da un’organizzazione internazionale. Molte aziende con respiro internazionale, come quelle che esportano, che hanno sedi in più paesi, o che gestiscono rapporti con partner esteri, cercano proprio figure capaci di orientarsi tra normative diverse e culture aziendali distanti. Qui la laurea magistrale diventa un biglietto da visita solido, soprattutto se accompagnata da una buona conoscenza delle lingue.

Ci sono poi settori meno ovvi ma altrettanto concreti: l’editoria, la radio, la televisione, tutte realtà che hanno bisogno di chi sa leggere e raccontare fatti internazionali con competenza. Anche gli studi legali che si occupano di diritto internazionale cercano spesso collaboratori con questo tipo di formazione. E la consulenza internazionale resta uno sbocco naturale per chi ha studiato economia politica applicata ai rapporti tra Stati: aziende e enti che devono capire come muoversi su mercati esteri hanno bisogno di analisti che conoscano davvero la materia.

Infine, c’è la strada della ricerca: università, centri studi, think tank che lavorano su temi politologici, sociologici o economici legati alla dimensione internazionale. È un percorso che richiede spesso ulteriori step formativi, ad esempio un dottorato, ma che parte comunque da qui.

A questo punto, come orientarsi tra pubblico e privato? La verità è che le competenze acquisite funzionano in entrambi i contesti: diritto, economia, lingue, capacità di analisi geopolitica sono richieste tanto da un ministero quanto da un’azienda che esporta in Asia. Se sei ancora indeciso puoi guardare alle tue inclinazioni concrete: preferisci la stabilità di un concorso pubblico o l’agilità del settore privato? Vuoi lavorare sul campo, come in una ONG, o preferisci un ruolo più analitico, da ufficio? Non c’è una risposta giusta in assoluto: c’è quella più adatta a come sei fatto.

Se stai valutando questo percorso e cerchi una modalità di studio flessibile, magari perché già lavori o hai altri impegni, puoi informarti sul corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali di Unicusano, pensato proprio per chi vuole conciliare formazione e vita quotidiana senza rinunciare alla qualità dei contenuti.

Domande frequenti

Quanto dura la laurea magistrale in Relazioni Internazionali?

Due anni, per un totale di 120 CFU. È un corso magistrale a tutti gli effetti, accessibile solo dopo una laurea triennale.

Chi può iscriversi se non ha una triennale in Scienze Politiche?

Chi arriva da una laurea diversa dalla classe L-36 può comunque iscriversi, ma deve avere almeno 8 CFU nei settori SECS-P/01 o SECS-P/02. Se mancano, vanno colmati prima dell’inizio del corso.

Serve conoscere l’inglese per iscriversi?

Sì, è richiesto un livello almeno B2. Gran parte dei materiali di studio e dei riferimenti bibliografici sono in lingua inglese, quindi è una base che serve fin da subito.

La laurea magistrale in Relazioni Internazionali dà accesso diretto alla carriera diplomatica?

No, non automaticamente. La carriera diplomatica in senso stretto richiede il superamento di un concorso pubblico specifico, il concorso diplomatico. La laurea costruisce le basi utili per affrontarlo, ma resta un passaggio separato.

Quali sono gli sbocchi lavorativi principali dopo questa magistrale?

Si va dal settore pubblico (pubblica amministrazione, enti legati a politiche internazionali) alle organizzazioni internazionali come ONU, NATO, OSCE e Commissione Europea, fino alle ONG, alle aziende con respiro internazionale, alla consulenza e alla ricerca.

È necessario parlare più lingue straniere per lavorare in questo settore?

Per i ruoli di maggiore responsabilità sì, soprattutto in ambito diplomatico o nelle organizzazioni internazionali. Si consiglia la padronanza fluente di almeno due lingue, di cui una dell’Unione Europea.

Credits: Stoica Adrian’s Images / Canva Pro